Salta al contenuto
Statua lignea del Buddha accanto ai loti in ottone
Tempio Myōshōji

Buddhismo

Il Buddhismo è al tempo stesso religione e filosofia e trae origine dagli insegnamenti di Siddhārtha Gautama, il Buddha Śākyamuni, vissuto in India circa 2.500 anni fa.

Il suo insegnamento nasce dalla ricerca di una risposta al problema della sofferenza e dalla comprensione delle cause che la producono. Questa comprensione trova una delle sue prime formulazioni nelle Quattro Nobili Verità: l’esistenza della sofferenza e dell’insoddisfazione, la loro origine, la possibilità della loro cessazione e la Via che conduce a tale cessazione.

Questa Via è espressa nel Nobile Ottuplice Sentiero, che comprende la coltivazione della saggezza, della condotta etica e della disciplina della mente.

A questi insegnamenti fondamentali si collegano principi che attraversano l’intera visione buddhista. L’impermanenza insegna che tutto ciò che sorge è soggetto al mutamento; l’origine dipendente mostra che nulla esiste isolatamente, ma ogni fenomeno sorge in relazione a cause e condizioni; la comprensione della vacuità, sviluppata in modo particolare nella tradizione Mahāyāna, approfondisce questa visione mostrando che le cose non possiedono un’esistenza autonoma e indipendente.

Questi insegnamenti non costituiscono dottrine separate. Sono modi diversi di osservare la stessa realtà e conducono alla comprensione di un unico Dharma: la realtà così come è compresa dal Buddha e la Via attraverso la quale è possibile liberarsi dall’ignoranza e dalla sofferenza.

Dopo la morte del Buddha

Dopo la morte del Buddha, collocata dalla maggior parte degli studiosi intorno al V secolo a.C., la comunità dei suoi discepoli si impegnò a conservarne e trasmetterne l’insegnamento. La tradizione ricorda la convocazione di concili nei quali furono raccolti e ordinati gli insegnamenti trasmessi oralmente.

Con il passare dei secoli e con la diffusione del Buddhismo in diverse regioni dell’India, la comunità buddhista si articolò in numerose scuole. Già nei primi secoli dopo la morte del Buddha esistevano differenti tradizioni, accomunate dal riferimento al suo insegnamento ma caratterizzate da diverse interpretazioni della dottrina, della disciplina monastica e del cammino verso la liberazione.

Una delle tradizioni antiche sopravvissute fino a oggi è il Theravāda, diffuso soprattutto in Sri Lanka e nel Sud-est asiatico. Il suo patrimonio scritturale è conservato nel Canone pāli, o Tipiṭaka, che secondo la tradizione fu messo per iscritto in Sri Lanka intorno al I secolo a.C.

Il Canone pāli è tradizionalmente suddiviso in tre grandi raccolte: il Vinaya Piṭaka, dedicato principalmente alla disciplina monastica; il Sutta Piṭaka, che raccoglie i discorsi attribuiti al Buddha e ai suoi discepoli; e l’Abhidhamma Piṭaka, dedicato all’analisi sistematica degli insegnamenti.

Il Buddhismo Mahāyāna

A partire all’incirca dal I secolo a.C. e nei primi secoli d.C., cominciarono ad apparire in India testi e correnti buddhiste che sarebbero stati associati al Mahāyāna, il “Grande Veicolo”.

Il Mahāyāna non rifiutò gli insegnamenti fondamentali del Buddhismo precedente, ma li reinterpretò e approfondì ponendo particolare enfasi sulla Via del Bodhisattva, sulla compassione verso tutti gli esseri e su una comprensione sempre più profonda della vacuità e della natura del risveglio.

In questo ambiente comparvero progressivamente numerosi Sūtra Mahāyāna, composti e trasmessi nell’arco di diversi secoli. Tra essi troviamo i Sūtra della Prajñāpāramitā, il Vimalakīrti Sūtra, l’Avataṃsaka Sūtra, i Sūtra della Terra Pura e il Sūtra del Loto, la cui formazione viene generalmente collocata tra il I secolo a.C. e i primi secoli d.C.

Per le tradizioni Mahāyāna questi testi non rappresentavano semplicemente nuovi insegnamenti contrapposti ai precedenti. Essi vennero compresi come una rivelazione più profonda del Dharma del Buddha, adattato nel corso della sua predicazione alle differenti capacità e condizioni degli esseri.

Il Sūtra del Loto

È proprio questa pluralità di insegnamenti che il Sūtra del Loto cerca di ricondurre a un significato unitario.

Il Sūtra insegna che le diverse vie esposte dal Buddha non costituiscono mete ultime differenti, ma mezzi appropriati attraverso i quali egli conduce progressivamente gli esseri. Dietro questa diversità vi è una sola Via, l’Unico Veicolo del Buddha, e una sola meta: la buddhità.

La stessa idea è espressa attraverso la celebre parabola delle erbe medicinali: come un’unica pioggia cade su piante differenti e ciascuna la assorbe secondo la propria natura e capacità, così il Buddha espone un unico Dharma che viene ricevuto dagli esseri in modi differenti.

Il Sūtra del Loto divenne uno dei testi più influenti del Buddhismo dell’Asia orientale. Dall’India fu trasmesso in Cina, dove fu tradotto più volte. La versione realizzata da Kumārajīva nel 406 d.C. divenne quella di maggiore influenza nell’Asia orientale.

Tra il VI e il VII secolo, il maestro cinese Zhiyi (538–597) pose il Sūtra del Loto al centro del sistema dottrinale della scuola Tiantai.

All’inizio del IX secolo, questa tradizione fu sviluppata in Giappone da Saichō (767–822), fondatore della scuola Tendai giapponese e del grande centro buddhista del Monte Hiei.

Diversi secoli più tardi, nel XIII secolo, Nichiren Shōnin (1222–1282), dopo un lungo studio delle differenti tradizioni buddhiste, riconobbe nel Sūtra del Loto l’insegnamento centrale attraverso il quale comprendere l’intero percorso del Buddha. Il 28 aprile 1253 proclamò per la prima volta Namu Myōhō Renge Kyō, ponendo l’Odaimoku e il Sūtra del Loto al centro della propria pratica e del proprio insegnamento.

È all’interno di questa lunga storia di trasmissione del Dharma — dall’India alla Cina, dalla Cina al Giappone, fino a Nichiren Shōnin — che si colloca la tradizione della Nichiren Shū.