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Tempio Myōshōji

Lo Shōdaigyō

Lo Shōdaigyō (唱題行) è una forma di pratica della Nichiren Shū interamente incentrata sulla recitazione dell’Odaimoku, Namu Myōhō Renge Kyō.

La parola shōdai (唱題) indica la recitazione del titolo del Sūtra del Loto, mentre gyō (行) significa pratica o disciplina religiosa. Lo Shōdaigyō può quindi essere inteso come “pratica della recitazione dell’Odaimoku”.

La Nichiren Shū lo presenta come una pratica nella quale monaci e laici partecipano insieme, senza distinzione, definendola una pratica nella quale clero e fedeli formano un'unica comunità di praticanti.

L’Odaimoku al centro della pratica

Per comprenderne il significato occorre partire dal posto che l’Odaimoku occupa nell'insegnamento di Nichiren Shōnin.

Namu Myōhō Renge Kyō esprime la devozione al Myōhō Renge Kyō, il Sūtra del Loto del Dharma Meraviglioso. Nichiren Shōnin indicò nella fede, nell'accoglimento e nella recitazione dell'Odaimoku la pratica appropriata per l'epoca di Mappō. La Nichiren Shū afferma che accogliere e custodire l'Odaimoku equivale ad accogliere e custodire il Sūtra del Loto e che recitarlo equivale a recitare l'intero Sūtra.

Dall’Odaimoku al Buddha Śākyamuni

Nella prospettiva di Nichiren, l'Odaimoku non può essere separato dal Buddha Śākyamuni e dal Sūtra del Loto.

Il Sūtra del Loto rivela la possibilità del risveglio per tutti gli esseri e presenta Śākyamuni non semplicemente come un maestro appartenente al passato, ma come il Buddha la cui vita trascende la comune concezione di nascita e morte e che continua a guidare gli esseri verso la realizzazione della buddhità.

Nell'Odaimoku è racchiuso il cuore del risveglio che Śākyamuni ha donato agli esseri. Recitando Namu Myōhō Renge Kyō con concentrazione, si supera simbolicamente la distanza di tempo e di spazio che ci separa dal Buddha e si può divenire “uno con Śākyamuni”.

È quindi importante non interpretare lo Shōdaigyō semplicemente come una tecnica per calmare la mente. Il raccoglimento e la meditazione sono presenti, ma il centro religioso della pratica rimane l'Odaimoku e, attraverso di esso, la relazione con il Buddha e con il Dharma del Sūtra del Loto.

Una pratica di recitazione e silenzio

Una delle caratteristiche più evidenti dello Shōdaigyō è l'alternanza tra silenzio e recitazione.

La Nichiren Shū presenta una forma tipica della pratica nella quale un primo periodo di meditazione silenziosa precede la recitazione dell'Odaimoku e un secondo momento di silenzio la segue.

La struttura indicata è:

Raihai → Dōjōge → Sanki → Jōshingyō → Shōshōgyō → Jinshingyō → Preghiera e dedicazione → Quattro Grandi Voti → Raihai.

Questa successione accompagna progressivamente il praticante dalla preparazione iniziale alla recitazione dell'Odaimoku e, infine, dalla recitazione nuovamente al raccoglimento e alla dedicazione agli altri esseri.

Raihai – l’inchino

La pratica si apre con il Raihai , un profondo inchino.

Un gesto attraverso il quale ci si prepara a ricevere il Buddha e il suo insegnamento. Non rappresenta quindi soltanto l'apertura formale della pratica: attraverso il corpo il praticante assume un atteggiamento di rispetto e disponibilità nei confronti del Dharma.

Dōjōge – contemplare il luogo del risveglio

Il termine dōjō indica, nel suo significato buddhista originario, il luogo della Via, il luogo del risveglio. Questo momento introduce quindi il praticante nello spazio religioso nel quale si svolgerà la recitazione.

Sanki – prendere rifugio nei Tre Tesori

Con il Sanki si prende rifugio nei Tre Tesori: Buddha, Dharma e Sangha.

Prendere rifugio nel Buddha significa rivolgersi alla possibilità del risveglio; il Dharma è l'insegnamento che permette di superare illusioni e abitudini che impediscono di risvegliarsi, e trova la sua espressione fondamentale nel Sūtra del Loto; il Sangha è la comunità di monaci e laici che sostiene e incoraggia il praticante nel seguire il Buddha e il Dharma.

Lo Shōdaigyō assume così fin dall'inizio una dimensione che non è soltanto individuale.

Jōshingyō – purificare e armonizzare corpo e mente

Il Jōshingyō consiste in alcuni minuti di meditazione silenziosa.

Questo momento serve a purificare e portare armonia al corpo e alla mente. Prima di iniziare la recitazione, dunque, il praticante entra nel silenzio e si raccoglie.

Non è ancora il cuore dello Shōdaigyō, ma ne costituisce la preparazione.

Shōshōgyō – la recitazione dell’Odaimoku

Al centro si trova lo Shōshōgyō (正唱行): la recitazione di

Namu Myōhō Renge Kyō.

È il momento centrale dell'intera pratica.

Recitare l'Odaimoku con voce piena, affidando corpo e mente al Buddha. Attraverso la recitazione il praticante è invitato contemporaneamente a rivolgersi al Buddha e a guardare dentro di sé.

In questa prospettiva, voce, corpo e mente non costituiscono elementi indipendenti: partecipano insieme alla pratica dell'Odaimoku.

Jinshingyō – tornare al silenzio

Alla recitazione segue il Jinshingyō un secondo periodo di meditazione silenziosa.

E' un momento nel quale riflettere sull'Odaimoku e sui meriti ricevuti attraverso la pratica.

Il silenzio successivo alla recitazione assume quindi un significato diverso da quello iniziale. Prima dell'Odaimoku il praticante si prepara; dopo l'Odaimoku raccoglie ciò che è stato vissuto attraverso la recitazione.

Lo Shōdaigyō presenta così un movimento molto semplice:

silenzio → Odaimoku → silenzio.

Ma il secondo silenzio non è semplicemente un ritorno alla condizione precedente: si colloca dopo l'incontro con l'Odaimoku e invita a riflettere sul significato e sui meriti della pratica.

La dedicazione dei meriti

La pratica non termina con il raccoglimento individuale.

Segue una preghiera nella quale i meriti ricevuti vengono dedicati alla famiglia, agli amici e a tutti gli esseri dell'universo.

Questo passaggio è particolarmente significativo perché impedisce di ridurre lo Shōdaigyō a una pratica rivolta esclusivamente al proprio benessere o alla propria interiorità.

Ciò che viene ricevuto attraverso la pratica viene rivolto nuovamente verso gli altri.

I Quattro Grandi Voti del Bodhisattva

Verso la conclusione vengono pronunciati i Quattro Grandi Voti, che esprimono l'aspirazione del Bodhisattva: salvare gli innumerevoli esseri senzienti, superare le passioni che non hanno fine, studiare gli innumerevoli insegnamenti del Buddha e percorrere la suprema Via del Buddha.

La presenza dei Quattro Voti chiarisce ulteriormente la direzione della pratica. Lo Shōdaigyō non conduce a chiudersi nella propria esperienza religiosa: ciò che si coltiva attraverso l'Odaimoku viene ricondotto alla Via del Bodhisattva.

La pratica termina infine con un nuovo Raihai, un profondo inchino attraverso il quale si esprime gratitudine per i meriti ricevuti e per la possibilità stessa di praticare il Dharma.

Una pratica per monaci e laici

Lo Shōdaigyō viene praticato regolarmente nei templi, generalmente come pratica di gruppo, accanto alle altre forme di celebrazione.

Questa dimensione comunitaria è coerente con il significato attribuito dalla Nichiren Shū al Sangha: una comunità formata da clero e laici che si sostengono reciprocamente nel seguire il Buddha e il Dharma.

Guardare dentro se stessi alla luce dell’Odaimoku

La pratica consiste nel recitare l'Odaimoku, affidare corpo e mente al Buddha e guardare dentro se stessi, cercando il Buddha anche nella mente che continuamente cambia. Lo scopo indicato non è semplicemente accettare se stessi così come si è: la Nichiren Shū parla del passaggio da una condizione centrata sul proprio “così come sono” alla ricerca di come dovremmo essere, colmi di compassione.

Lo Shōdaigyō può quindi essere compreso come un incontro tra fede, recitazione e osservazione di sé.

Il praticante entra nel silenzio, recita Namu Myōhō Renge Kyō, torna al silenzio e infine rivolge i meriti della pratica agli altri esseri. L'Odaimoku rimane al centro di questo movimento: non come semplice formula ripetuta, ma come espressione della fede nel Sūtra del Loto e della relazione con il Buddha Śākyamuni.